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Clubhouse è solo l’ennesima conferma che tutti vorrebbero fare la radio

today16 Aprile 2021

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Clubhouse ha riacceso in noi il desiderio di fare radio, nel senso concettuale del termine. Vogliamo essere protagonisti, ma prima di tutto vogliamo esserlo attraverso la nostra voce, anche abbandonando l’idea di mostrare la nostra immagine: l’importante è essere lì per comunicare un messaggio a più persone possibili, con emozione e trasporto, e questo è il grande valore aggiunto della radio.

Recentemente è esploso un fortissimo interesse da parte del pubblico per questo nuovo social network dedicato alla voce. Forse possiamo intenderlo come l’evoluzione verticale delle web radio o il parallelismo del paradigma esistenziale dei podcast. Fatto sta che anche questo nuovo strumento conferma che, dentro di noi, c’è il desiderio recondito di fare radio. Vediamo perché.

 

Che cos’è Clubhouse?

Storicamente parlando, Clubhouse non è un social network dell’ultimo grido, in quanto era già ampiamente noto nel 2020, anno della sua nascita. A causa della pandemia da Covid-19, infatti, molte persone si sono recate in queste stanze virtuali per ascoltare ciò che altri individui avessero di così importante da dire su argomenti di vario genere.

L’app vede la firma di Paul Davison e Rohan Seth, che al 21 gennaio 2021 hanno visto la propria creatura valutata un miliardo di dollari. Un investimento a rendere, insomma, che però ha un limite: l’applicazione è disponibile solo per i sistemi operativi iOS, anche se in futuro potrebbe approdare su Android. In Italia ha raggiunto una discreta fama nei primi mesi del 2021, molto probabilmente a causa di Elon Musk, che spese delle parole importanti nei confronti di questo strumento durante un’intervista a “Good Time“, una delle stanze di Clubhouse.

La stanza, appunto, è il luogo dove avviene la magia. Il social si regge su questi club virtuali a cui si può accedere solo su invito, grazie al quale gli ascoltatori entrano in un circuito di voci (gli speaker) che si scambiano messaggi vocali. Un sistema nel quale può intervenire anche la voce del pubblico, sempre se il moderatore lo consentirà. Analizzando questa struttura, si intuisce che ci muoviamo in un modus operandi simile alla radiofonia: gli ascoltatori vogliono parlare con gli speaker (attraverso i messaggi o una telefonata in diretta), ma è chi sta al mixer (il moderatore) a decidere come e quando far intervenire la persona durante la trasmissione.

Problemi di privacy per Clubhouse

Persino Clubhouse è comunque finito sotto l’occhio del cicline. Lo scorso febbraio un’inchiesta dello Stanford Internet Observatory ha denunciato problemi legati alla privacy, dichiarando che i dati verrebbero trasmessi alla società cinese Agora, che fornirebbe gli audio raccolti in questo social direttamente al governo cinese. Sull’argomento è intervenuto anche il Garante italiano della Privacy, secondo cui Clubhouse ignorerebbe il recente Regolamento generale sulla protezione dei dati (GDPR).

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Clubhouse è fare radio

Il social del momento è solo l’ulteriore conferma che a tutti piacerebbe fare radio. Nel senso che ognuno di noi vorrebbe comunicare messaggi e pensieri semplicemente attraverso la propria voce. Indirettamente, Clubhouse riconosce la potenza di fare un lavoro senza l’ausilio dell’immagine, richiamando a sé orde di curiosi e ascoltatori, i quali sono in attesa di sentire storie, pareri e interviste di vario tipo. Questo social è la traduzione online del concetto di fare rete del mondo radiofonico.

Certo, si potrebbe definire questo strumento come un’evoluzione delle web radio, ma sarebbe inopportuno in quanto quest’ultime sono delle vere e proprie emittenti in rete. Il parallelismo coi podcast, poi, è abbastanza fuorviante, poiché questi prodotti audio sono un universo totalmente a sé rispetto al concetto di fare radio. Clubhouse ha messo in risalto la componente principale del concetto della radiofonia, estremizzandolo fino all’osso in maniera verticale, ma mantenendo i principi cardini fondanti.

E forse aveva ragione la podcaster professionista Rossella Pivanti quando, durante una nostra intervista, specificò che siamo innamorati del microfono: “Alla fine, qualsiasi video che abbiamo visto su YouTube ha un microfono, perché vogliono urlare forte [ride, ndr]. Ora il microfono è stato messo in primo piano, ma si è sempre fatto anche prima, solo che lo strumento non era palesato”. Insomma, ovunque andiamo, la voglia di fare radio sembra risiedere antropologicamente in noi.

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Articolo a cura di Angelo Andrea Vegliante

Immagine di copertina: Christoph Dernbach/dpa via Getty Images

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Scritto da: Angelo Andrea Vegliante

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