Interviste

Analisi e spunti di riflessione sulla radio di oggi, l’intervista a Ubaldo Ferrini

today25 Novembre 2020

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“Il tempo passa velocemente ed è difficile stare dietro a tutto, la radio è sempre un work in progress”. Uno sguardo attento, lungimirante e competente sul mondo della radio ce lo offre Ubaldo Ferrini, voce storica della radiofonia siciliana degli anni Ottanta. Parlando dei cambiamenti che hanno accompagnato l’evoluzione della radio, approfittiamo della sua lunga esperienza nel settore per fare un’analisi della situazione attuale e tracciare possibili scenari futuri.

Come si faceva la radio negli anni ’80-’90 e quali sono stati i cambiamenti più importanti?

radio libereIn passato c’era sicuramente una grande libertà. Le emittenti non erano vincolate dalle case discografiche, non c’erano costrizioni su playlist o sulla costruzione dei palinsesti. Soprattutto negli anni ’80, la mancanza di una presenza massiccia di radio nazionali ha reso quelle territoriali più libere di osare, di trovare una propria identità. Lo spartiacque è stato la Legge Mammì che fino a quando non è arrivata è stata una spada di Damocle sulla testa di tutti. Dopo questa legge molte piccole radio, per colpa loro o di una burocrazia italiana che probabilmente non le ha aiutate a sopravvivere, non ce l’hanno fatta. Il settore è cambiato e si è andati verso una radio più imprenditoriale, anche perché i costi sono aumentati. L’economia che negli anni ’80, forse in modo apparente, girava ad alte velocità ha cominciato ad invertire rotta nel decennio successivo. Purtroppo quando si vuole mediare tra l’aspetto artistico e quello dei numeri non è mai facile.

Radio di flusso o radio di contenuti? In che direzione sta andando la radiofonia oggi?

Secondo le indagini di ascolto i numeri vanno verso la radio di flusso. Le emittenti più ascoltate sono RTL, RDS, Radio Italia, anche se poi vanno presi in considerazione anche altri elementi. Nel caso di RTL, quello che paga è il fatto di andare in onda h24, un certo tipo di informazione e soprattutto la ricezione, che sul territorio italiano è veramente incredibile.ferrini in studio

Personalmente però punterei di più sulla radio di contenuti. In passato le radio di flusso avevano grande successo anche perché molta gente non aveva voglia di sentir parlare alla radio. Inoltre, nel momento in cui queste emittenti erano presenti nelle grandi distribuzioni, nei negozi e nei locali, la presenza di tanti interventi parlati avrebbe infastidito gli ascoltatori. Per questo si cercava di circoscriverli al minimo, e musicalmente di essere abbastanza uniformi nel corso della giornata. Adesso le cose sono cambiate, le grandi distribuzioni hanno radio in store, nei negozi si ascoltano compilation, Spotify, YouTube, non so fino a che punto ci sia ancora bisogno di fare radio di flusso, soprattutto per le radio locali. Bisognerebbe chiedersi quanto è importante avere 2 milioni di ascoltatori attenti ad ogni parola che viene detta o averne 6 che magari non ricordano neanche il nome dello speaker pur sentendolo ogni giorno.      

Cosa dovrebbero fare le radio territoriali per non soccombere? È giusto provare a concorrere con i grandi network nazionali o è meglio sperimentare?

Credo che sia meglio sperimentare perché l’unico vantaggio che può avere una radio locale è quello di sfruttare i propri punti di forza e radicarsi bene sul territorio. Al contrario, spesso si tende a copiare le radio di successo, senza pensare però che alcune trasmissioni sono difficilmente replicabili. Ad esempio programmi come Ciao Belli, con un efficace umorismo, sono davvero complesse e difficili da ricreare. Dietro ci sono personaggi, professionisti e autori che lavorano sodo. Secondo me la radio locale potrebbe sopravvivere puntando sull’offerta dei servizi al territorio, come ad esempio promuovere le iniziative che vengono fatte in città. Bisogna cercare di rendersi più vicini ed identificabili possibile, faccio l’esempio di Radio Vigevano che ha affidato la direzione artistica a Marco Biondi, una scelta azzeccatissima che vede un professionista assoluto dentro una realtà locale. Una radio rivolta al territorio ma che non rinuncia a crescere, creando un circuito di collaborazione con altre emittenti ma prima puntando sulle risorse locali. 

Quando contano i numeri e le statistiche e quando invece è bene dare spazio a sogni ed emozioni?

Bisogna ragionare su quanto i numeri siano esatti e se siano da considerarsi un diktat assoluto, perché ci riferiamo ad una certa tipologia di indagine di ascolto che funziona pstatistiche ascoltier alcuni ma non è molto remunerativa per altri. Nel caso delle radio locali, non so fino a che punto sia positivo puntare esclusivamente sui numeri. Quando un’emittente locale riesce ad arrivare a 100 mila ascoltatori, per non parlare di 200 mila, è già tanto. Stando solo alla logica stringente dei numeri è importante fare attenzione ad alcuni casi apparentemente esaltanti. L’inserzionista locale investe in pubblicità per avere dei riscontri, ma quando questi ipotetici 200 mila ascoltatori non si traducono in clienti reali, è chiaro che dei numeri non se ne fa nulla. Facendo esempi concreti, Radio Radio nel Lazio è una realtà di livello assoluto. Non rientra nell’indagine Audiradio, ma offre un prodotto molto coraggioso, di qualità e con ottimi risultati. Dal mio punto di vista la logica è tentare di costruire un buon prodotto, non puntare a raggiungere numeri che spesso non si traducono in guadagni. Chiaramente c’è da investire, c’è da crederci e da avere delle idee.

Sempre più spesso assistiamo alla commistione di conduttori radiofonici e personaggi che provengono dal mondo della tv o del web. Cosa ne pensi?

Penso che raramente vengono fuori cose interessanti pescando dal mondo della televisione o dal web. Ci sono personaggi televisivi che si ritrovano all’interno di un palinsesto di emittenti importanti soltanto perché sono famosi e il loro nome è riconoscibile al primo ascolto. Il problema è che non si ragiona esattamente su quanto quel nome sia funzionale all’interno di un palinsesto.

Questo fa anche riflettere su come in passato fosse diverso. Era la radio che faceva arrivare in tv personaggi radiofonici, come nel caso di Gerry Scotti o Amadeus, conduttori di enorme qualità e professionalità. Questo però non significa che tutti quelli che hanno fatto radio possono andare in televisione e viceversa. Un personaggio che entra a far parte del palinsesto deve essere funzionale al progetto artistico della radio, altrimenti si rischia di svilire il mezzo radiofonico.

Ubaldo, secondo la tua esperienza come tutor all’Università di Catania e nelle scuole di formazione, com’è il rapporto tra i giovani e la radio?

La mia lunga esperienza all’interno dell’Università di Catania come tutor nel laboratorio radiofonico, durata circa 7 anni, così come quelle che ho realizzato per enti pubblici e privati nel mondo della comunicazione, mi hanno messo in contatto con migliaia di giovani. È chiaro che non sii giovani e la radio tratta dei ragazzi che eravamo noi negli anni ’70 ma si avvicinano alla radio a seconda del messaggio che passa. Accorgendosi che spesso nelle radio nazionali si trovano personaggi televisivi, veline ed ex tronisti, i giovani pensano che la strada più semplice sia quella di partecipare ad un talent o un programma tv.

Ovviamente non è così ma la colpa non può essere addebitata a loro. Il messaggio che passa è che si può arrivare su una radio nazionale senza aver fatto alcun tipo di esperienza in merito. Sono poche le persone che sviluppano uno spirito di sacrificio, cercando di trascorrere tanto tempo in radio e facendosi contagiare anche dalle esperienze altrui. Nel mio caso però l’esperienza con i giovani è comunque positiva perché tramandare la propria esperienza è un aspetto fondamentale. Per chi si avvicina adesso al mondo della radio cerco di dare consigli che possano aiutare a sbagliare di meno e a cercare di decodificare nel modo migliore questo mondo così affascinante.

Interazione con il pubblico: quando il contatto con gli ascoltatori è funzionale alla crescita di una radio e quando invece diventa superfluo?

whatsapp note vocaliSe il contatto con il pubblico è limitato alla lettura di messaggi o di note audio contenenti saluti e dediche si rischia di ripiombare in una radio che si faceva 30 anni fa. La tecnologia dovrebbe essere sfruttata nel modo migliore ed è giusto offrire agli ascoltatori la possibilità di parlare. Faccio l’esempio de La Zanzara di Cruciani, in cui la gente fa la fila per chiamare anche se poi viene insultata e bistrattata! Questo però dà veramente l’idea di quanta voglia ci sia di discutere e argomentare. A volte sembra che l’unico contatto possibile sia quello delle note audio o di telefonate in cui l’ascoltatore dice chi è e chi vuole salutare. Questo alla lunga appiattisce la radio ed è anche un po’ noioso. Bisogna invece dare il tempo alle persone di argomentare il loro punto di vista, creare trasmissioni ad hoc in cui gli ascoltatori possano confrontarsi con un giornalista, un opinionista o tra di loro. Vedi L’indignato Speciale di RTL in cui si percepisce la voglia di trattare argomenti seri. Credo sia questa la direzione in cui andare.

Un’ultima domanda, Ubaldo: quanto è importante il ruolo di un consulente radiofonico? 

È fondamentale la consulenza di un esperto che possa suggerire, dare indicazioni, o con cui ci si può confrontare per capire forze e debolezze di una radio. Il problema è che molti pensano di saper fare anche la direzione artistica, quindi spesso c’è una sorta di diffidenza nel lasciarsi guidare. In molti casi manca proprio la consulenza, manca qualcuno che ti possa consigliare da un punto di vista non solo artistico ma a 360 gradi. L’errore più grande è proprio quello di convincersi di saper fare tutto e poter gestire tutti gli aspetti di una radio. Apparentemente sembra facile, ma vista la moria di emittenti che continua ad esserci, i risultati dicono chiaramente il contrario. 

Intervista a Ubaldo Ferrini a cura di Elisabetta De Falco per Consulenza Radiofonica – La Professionalità On Air!

Scritto da: Elisabetta De Falco

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