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Intervista a Dj Osso: “In Italia manca la cultura musicale, ai giovani l’estro”

today15 Novembre 2018

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Al momento di chiamarlo sono un po’ teso, non capita spesso di intervistare un personaggio che hai ascoltato molte volte nella tua vita. Compongo il numero di Dj Osso. Risponde: “Sono un po’ raffreddato, oggi sono a letto, ma sono disponibile a quattro chiacchiere”. Il disk jockey di m2o è così, solare, energico e fanciullesco nel suo modo di parlare, senza peli sulla lingua. Con grande umiltà – dote di pochi -, mi racconta il suo percorso artistico e i suoi pensieri riguardo l’evoluzione del deejay.

Osso, domanda di rito: come nasce il tuo percorso da deejay?

Io ho iniziato alla fine degli anni Ottanta – parliamo del Paleolitico – per pura passione. Un mio compagno di liceo comprò due piatti con un mixer, ma parliamo di due piatti a cinghia e un mixeraccio veramente da battaglia. Andai a casa sua per vedere cosa avesse comprato, e da lì è scoppiato l’amore fin da subito. Anche io mi sono un po’ rabbattato, perché di soldi ce n’erano pochi, col piatto di papà cercando di comprare questo e quest’altro, facendo le prime festicciole e robe varie, scuole, garage, appartamenti di compagni di classe… E poi, piano piano, la crescita. Un mio compagno di scuola era Furio del Trio Medusa, che mi presentò Gabriele e Giorgio, i quali costruirono una radio pirata a Tarquinia, una cosa tarocca, e decisero di fare un programma radiofonico, cercare un piccolo sponsor e tutto.

Ovviamente gli serviva un fonico audio, e Furio vedeva che io mettevo le sigle dei cartoni animati ai tempi del liceo, Mazinga, Daitarn 3… Quindi il loro prodotto era basato sulle sigle dei cartoni animati, e Furio mi chiamò e da lì una radio pirata, poi una radio pirata più grande, poi una radio privata romana, Talk Radio, abbastanza grande… In breve, il succo è questo qui.

E poi, la cosa che ci ha fatto proprio scoppiare fu il Cartoon Party, queste serate in discoteca a base di sigle di cartoni animati, dove in poche parole eravamo quattro deficienti mascherati che si inventavano delle cose un po’ particolari. Iniziammo con una piccola festa di 50 persone e abbiamo riempito per anni un locale storico romano, l’Alpheus, con 4/5 mila persone dentro ogni volta che facevamo una nostra serata. Matteo Curti (braccio destro di Linus) ci ascoltò lì, oltre che dal programma radiofonico.

Un sodalizio quello tra Osso e Trio Medusa che è continuano anche a Radio Deejay. Come ti sei trovato a lavorare ai piani alti della radiofonia italiana?

Sicuramente tanta responsabilità, un po’ di pressione la senti sulla spalle, siamo nella Serie A, alta classifica, te la giochi per lo Scudetto. Inizialmente, ti dico, era un pochino causale, perché c’era Massimiliano Troiani in regia, gli serviva un backup, io stavo a m2o. Perciò, anche per via dei nostri trascorsi – li conosco a occhi chiusi, so quello che vogliono già qualche secondo prima – mi chiesero se volevo fare il backup. Quindi ho dovuto mettere mano su tutta la parte tecnica del mixer e della regia, e capire come funzionasse il tutto. All’inizio tanta pressione, poi però è filato tutto liscio. Devo dire che mi sono trovato bene, poi Radio Deejay è una famiglia, veramente lì dentro si sta bene, si lavora bene. È la Serie A.

Oggi, invece, Osso è un pilastro portante di m2o. Ti occupi di tre programmi, porti avanti mixaggi incredibili, sempre con la componente del cartoon. Quant’è importante sentire la piena fiducia di un’emittente come m2o?

Quello è importantissimo. Io ho avuto la fortuna, e ringrazio come sempre pubblicamente il direttore Fabrizio Tamburini, che preso forse da un raptus di non so quale tipo [ride, nda], mi sentì lavorare in un piccolo locale di Roma, dove c’era questo pazzo che mixava Bob Sinclar con le sigle dei cartoni animati e via dicendo. Mi arrivò la chiamata completamente inaspettata da m2o, chiedendomi se ero in grado di riproporre quel tipo di prodotto in pillole. Dissi: “Proviamoci, volentieri”. Da una pillola giornaliera, ti parlo di 13/14 anni fa, è diventato quello che è diventato.

Fabrizio mi ha sempre lasciato molto libero, ma ogni tanto una frustatina ci sta: “Gianlù, guarda stai attento a mettere questa roba qui, non esageriamo poi”. Artisticamente parlando, quando hai la possibilità di fare ciò che desideri e ciò che ti senti dentro, è il massimo. Il discorso è anche nella mia intelligenza, cioè proporre un prodotto che piaccia a me e a chi ti ascolta, non è una cosa fatta per me – anche se è nata per me -, però è cercare di immedesimarmi in qualsiasi tipo di ascoltatore.

Pensieri che hai maturato durante tutta la tua attività artistica. Quant’è cambiato Dj Osso dalle prime feste coi compagni di classe a m2o?

Tecnicamente c’è sempre una crescita, non si smette mai di imparare. Quindi anche quando vado a lavorare in una discoteca, c’è anche il dj resident da cui si impara sempre. Non è perché uno sta in un network, fa un prodotto unico in Italia… sì, ok, ma non sei Dio. C’è sempre da imparare, da chiunque. Ogni tanto mi sono ascoltato i miei primi mixati, che sono totalmente diversi da ciò che faccio adesso. Sono migliorato tantissimo a livello tecnico, a livello di testa diciamo anche, perché ovviamente maturi tanta esperienza, prendi da una parte e dall’altra. Però sono sempre io, quello vecchio. La crescita è a livello tecnico, ma cazzone ero e cazzone sono rimasto.

Allarghiamo il discorso. Negli anni la figura del disk jockey è cambiata. Secondo Osso, quali sono i pregi e i difetti del dj moderno?

Sicuramente la tecnologia ha influito in maniera impressionante sulla figura del dj. Credo che anche mia sorella con un computer e un po’ di musica scaricata riesca a fare una serata tranquillamente. Oggi vogliono essere tutti deejay e questo, diciamo, è una pecca e un grosso limite. Il discorso è questo: siamo troppi. Io sono antitecnologico, odio la tecnologia, lavoro ancora con i cd in serata, vorrei tornare ai vinili e faccio il mestiere del dj e non del produttore, perché poi oggi si confondono tutte le cose.

Si dice che il produttore influisca nella parte di ciò che dovrebbe essere il dj e viceversa, invece non è così. Il produttore è una cosa, il deejay un’altra. Che a me tizio e caio possono venire a dire che quello è il deejay numero uno perché l’ha detto DjMag, io ti do della musica e ti dico: “Fammi vedere se sei il deejay numero uno al mondo”. Devi fare i numeri. Per me il disck jockey è – come dice la parola stessa – colui che manipola i dischi. Oggi invece è 99% marketing e 1% tecnologia. Poi la differenza, in tanti casi, la fa ciò che tu proponi e come lo proponi, nel modo giusto e nel momento giusto.

Non è una battaglia personale, però ritengo che il mondo dei produttori abbia rovinato ciò che è la figura del deejay. Produrre un disco vuol dire fare serata, ma fare serate non vuol dire essere bravo a mettere musica. Però lì, purtroppo, rientra anche la tecnologia, e quindi è un cane che si morde la coda. E credo che non ne usciremo mai. Credo.

A questa risposta lego una cosa che ho sentito qualche giorno fa a Radio Deejay. Durante il programma di Albertino, Prezioso ha mixato usando il rumore dello smog milanese. Lì per lì uno può pensare a una cagata, ma se fatta bene viene fuori un prodotto interessante. Nei giovani manca il saper osare con capacità?

Innanzitutto qui parliamo di un fenomeno, lui e Francesco Zappalà sono i miei miti a livello tecnico di ciò che è la figura del disk jockey. Comunque, nei ragazzi di oggi manca tutto. Ormai vanno tutti a fare trap, è una scia di gente che va tutta da una parte, c’è il pifferaio magico che dice: “Ok, suono questo, c’è questo, venitemi dietro”. E tutti a far quello. Manca l’estro, non c’è fantasia, è tutto un copiare tutto e tutti, sono pochi che inventano o che creano qualcosa di nuovo.

A questo punto, facciamo un parallelismo con gli USA. Mentre in Italia si fa fatica a trovare qualche nuovo talento, negli States qualcuno ne spunta. Secondo te, qual è la differenza?

Sicuramente molto lo fa la cultura. Io sono nato con la musica rap, negli anni Ottanta già ascoltavo il rap, come i Public Enemy e via discorrendo. Oggi parli con questi ragazzi che ti propongono musica rap o chiamala come ti pare (perché anche lì c’è confusione), gli fai due nomi e non sanno chi sono. Allora, io faccio questa cosa in radio avendo una base culturale e musicale enorme, e ciò mi consente di fare cose che tanti altri non fanno, ma non lo fanno perché non conoscono, perché probabilmente a livello tecnico lo saprebbero pure fare, ma non conoscono.

Quindi, secondo me, in America c’è più cultura musicale. Stavo vedendo un programma su Netflix con Dr Dree e lui è cresciuto con i Kraftwerk. Eh, questo ascoltava i Kraftwerk. Prendeva spunto da loro per rimetterli all’interno delle basi che componeva. Non c’è vergogna a dirlo, in Italia non c’è cultura musicale, o ce n’è pochissima.

Ultima domanda, torniamo su di te. L’hai detto all’inizio: nei lavori come quello del deejay non si smette mai di crescere. Ci sarà una prossima evoluzione del Dj Osso?

Non lo so, perché col tempo mi sono accorto che mi sono evoluto senza accorgermene. Tutto ciò che faccio non è un pensiero al domani, ma a ciò che faccio oggi. A volte mi capita di fare cose che tre giorni prima non sapevo neanche di essere in grado di fare o magari non mi era venuta in mente. A livello di live, invece, sicuramente sì. Ho già in testa un format molto particolare da proporre che prende spunto un po’ da quello che facevo con il Trio dal vivo, ma fatto da me da solo. A livello radiofonico, invece, l’evoluzione è di ora in ora, quindi non te lo so dire.

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Intervista a cura di Angelo Andrea Vegliante

Scritto da: Angelo Andrea Vegliante

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