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Radio Luna nelle “Radio Riflessioni” dal passato di Ubaldo Ferrini

today16 Febbraio 2018 1

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Radio Luna Catania

Molti non vedono l’ora di raccontare a qualcuno di aver trasmesso qualche ora a Radio Luna, per me dopo alcune decine di migliaia di programmi il fatto di essere ricordato spesso per quel periodo mi provoca sensazioni contrastanti.

Il piacere di aver dato un senso a tutto quelle parole sparse nell’etere, ma anche un pizzico di fastidio per le tante cose fatte prima e dopo, che magari per quella generazione sono state meno visibili.

Come rimanere intrappolato dentro un personaggio di una serie tv anche quando la serie è finita da tempo.

Indubbiamente dopo un quarto di secolo vedere ancora oggi occhi curiosi che ti guardano chiedendoti aneddoti, racconti su quel periodo, è sintomatico di quanto si sia lasciato un segno nella memoria di questa città.

Definire quell’emittente solo una radio sarebbe come chiamare pioggerellina un nubifragio, era un crogiolo di emozioni,a volte anche tensioni, in ogni caso vita vissuta a 1000 all’ora, solo come puoi fare ad una determinata età, con una certa testa, senza pensare troppo al domani.

Innamorarsi del mezzo

Sono abituato ad innamorarmi di piccole cose che per me sono fondamentali e la coincidenza di averla a pochi minuti da casa allocata in studi ampi e confortevoli erano ottime motivazioni per rendermi più piacevole la permanenza.

Studi di un’eleganza vistosa e molto ben congegnati, un grande salotto come “zona ricreativa”, ampie sale di trasmissione e registrazione, reparto dischi, direzione, addirittura un laboratorio interno nel quale effettuare le riparazioni urgenti del momento.

Un lusso, indiscutibilmente un lusso, caratteristica di anni in cui l’apparire significava anche essere e l’economia in ogni caso viaggiava su altre velocità.

Il ritorno dopo gli anni 80

Ci avevo già trasmesso da piccolo nei primi anni 80, mi aveva poi colpito maggiormente nel 1986 quando andando a trovare un amico ne apprezzai il fascino di vedere quegli studi popolati la notte, mi restò impresso quel segno tangibile di contatto come una ragazza che vedi per la seconda volta e ti colpisce in maniera più forte.

I tempi per il mio ritorno maturarono in un’estate rimasta indelebile per molti, quella del 1988, l’estate del primo “Dark Side of The Moon”, il notturno con le telefonate nato quasi per caso come un esperimento e poi diventato qualcosa di più grande.

Nella mia indole quel tipo di programmi in tarda serata, che già i pionieri degli anni 70 avevano messo in onda, avevano per me un fascino irresistibile, pur trasmettendo anche io da tempo avevo subito da ascoltatore il botto di “Quando vien la sera” di Radio Marte, estate 1985, in onda dalle 22 alle 24.

Lo ascoltavo spesso e volentieri rammaricandomi di quando in macchina in alcuni paesi etnei il segnale della radio perdeva consistenza, ma era il periodo in cui avere “l’antenna più alta in città”, situata in via del Bosco, era già un assoluto punto di arrivo.

La sensazione che provoca anche da casa il susseguirsi di telefonate di voci attente ed appassionate che studiano il metodo migliore per cercare di prendere la linea in diretta ,lasciando in sospeso l’ultimo numero per cercare di beccare l’istante giusto, capitava che molti provassero per ore, per serate, senza mai riuscirci, è una sorta di droga.

Onestamente ritengo che quello fosse, anzi sia, ancora l’unico metro di valutazione realmente attendibile per una radio.

Oggi purtroppo capita solo su alcuni network, ai tempi era prassi anche per molte delle locali.

E non è solo una questione che siano cambiate le cose, è che proprio molte trasmissioni non abbiano minimamente lo stesso fascino di una volta.

Ebbi il piacere di condurre anche io quella trasmissione qualche anno dopo, quando magari non c’era più lo stesso impatto ma fu comunque per me un’emozione forte, era l’estate del 1987.

Potermi cimentare di nuovo, dopo un anno, in quelle vesti in una radio competitiva e potenzialmente interessante come Radio Luna, fu una possibilità che non mi lasciai scappare.

Fu un’estate in cui praticamente non si dormiva, vivevamo quasi reclusi dentro quelle mura visto che il programma di sera in sera prolungava sempre di più l’orario di chiusura sino a congiungersi spesso con il mattiniere delle 7.

Un’esperienza unica, irripetibile per condizioni ed atmosfera, anche abbastanza complicata da gestire.

L’esperimento: un’antenata della visual radio

Era assolutamente straordinario ricevere telefonate alle 5 del mattino anche grazie alla diffusione in audio su Telejonica, con i pochi canali tv presenti all’epoca chiunque tornasse a casa aveva molte probabilità accendendo la televisione di beccare il programma.

Il peso di scambiare la notte con il giorno, una delle mia abitudini preferite, comunque rendeva difficile essere lucidi durante tutto il resto della giornata.

Molte, troppe cose sono accadute in quelle notti, alcune difficili da raccontare, altre che per scelta è meglio che rimangano nell’oblio.

Per molti denigratori, critici superficiali, invidiosi, eravamo quelli che chiedevano il colore delle mutandine alle ascoltatrici la notte.

Che poi sinceramente credo di non avere mai fatto questa domanda in tutta la mia vita neanche in privato, visto che è uno degli aspetti del “sesso” che mi interessa meno in assoluto.

Ma così come posso comprendere che siamo rimasti nella mente di molti, capisco anche che non facevamo l’impossibile per essere simpatici a tutti e inevitabilmente quello che per molti è stato un pezzo di storia per altri era radio di bassa lega.

Lasciare il segno!

Con il senno e i chili di poi direi che con i tanti difetti, improvvisazione, inesperienza, abbiamo comunque tracciato un solco, parlato con tantissime persone in orari assurdi, discutendo di tante cose, spesso stupide ma a volte anche pezzi di vita che ci venivano raccontati e di cui ci siamo sentiti partecipi.

Abbiamo parlato con uomini, donne, a volte anche con uomini e donne e altro nascosti dentro lo stesso corpo.

Un aneddoto che forse può rendere l’idea di quel caos organizzato dentro il quale soltanto noi riuscivamo a districarci è la telefonata di un ascoltatore che chiameremo Alfio con voce roca e possente e di un’ascoltatrice Carmela tono dolce e flebile, soprattutto verso l’alba il flusso delle telefonate diminuiva leggermente e per alcuni era più facile partecipare in maniera più assidua.

Queste due voci, vite differenti, erano diventate ormai una costante abituale quasi amichevole del programma, ma ad un certo punto un’altra ascoltatrice ci informa in privato che in realtà Alfio e Carmela sono la stessa persona, realtà che vivono dentro una mente sui generis, sulle prime ovviamente non ci crediamo affatto ritenendo impossibile non essercene mai accorti, ma all’atto pratico come se si fosse squarciato un velo, seguendo con estrema attenzione inflessioni e linguaggio, ci rendiamo conto che potrebbe essere cosi, a quel punto dico qualcosa tra le righe che faccia capire a “lui’” che abbiamo intuito ed ecco che dopo qualche istante di tilt esce fuori la terza voce simile un po’ alla bimba dell’esorcista quando era posseduta.

Posso dire anche io di aver vissuto dentro al set di un film dell’orrore anche perché le cose che escono da quella bocca somigliano molto ai testi di sceneggiature del genere.

Archiviata la parentesi in diretta, rimane il dietro le quinte, di ragazzi soli in piena notte a gestire una situazione quanto meno anomala con il lui/lei/l’altro che rimasto al telefono minacciava di infliggerci supplizi epici.

Ma siamo sopravvissuti a quella e a tante altre cose, alle sirene della droga e dell’alcol, difficile spiegare che in gran parte fossimo astemi e personalmente non mi sono mai neanche fatto una canna.

Ma che se sembravamo folli, eravamo proprio cosi al naturale, senza bisogno di spendere soldi per artifici, era meglio utilizzarli per comprare dischi dato che serviva sempre roba nuova da lanciare in momento storico in cui la musica diventava moda grazie alle radio.

L’unica dipendenza oltre quella musicale era il sesso, di contro difficile che almeno quel vizio non facesse capolino nelle teste di ventenni che improvvisamente si ritrovano oggetto di attenzione di ragazze che altrimenti sarebbe stato complicato per numero e aspetto contattare con tanta facilità.

Ma questa è un’altra storia, anche lei ha contribuito a far perdere un po’ di senso della realtà e di contatto con il terreno.

La chiusura dell’emittente

Rimasta storica la battuta di uno di noi che alla chiusura definitiva della radio disse “e ora come facciamo?”

La mia risposta laconica fu “proviamo a cercare di vivere come le persone normali”, il che significava non soltanto provare a recuperare, senza riuscirci, un rapporto canonico con le persone, ma anche ristabilire orari e abitudini normali.

C’è stato tanto, probabilmente troppo, in mezzo a quegli anni, sino a quell’Aprile del 1994 che mise la parola fine ad una leggenda.

L’aspettavamo da mesi anche perché era diventato inevitabile chiudere un ciclo, e i saluti registrati di ogni Dee Jay che tenevamo archiviati in cassetta in modo da concludere decentemente qualche replica che andasse tagliata prima, in quel preciso momento servirono per i nostri titoli di coda.

Come avrebbe cantato Jim Morrison “this is the end”,ma io avrei preferito suonare i R.E.M. per dire che in fondo non era poi la “fine del mondo”.

Post a cura di Ubaldo Ferrini

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Scritto da: Consulenza Radiofonica

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