Interviste

Marco Maccarini una vita per la comunicazione: da MTV a Radio Italia

today19 Giugno 2018 7

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Classe ‘76, nato a Torino, conduttore televisivo e radiofonico, MTV, Festivalbar, Le Iene e anche giudice di canto ad Amici di Maria De Filippi: Marco Maccarini, la prima domanda non può che essere: che volevi fare da grande?

Tante cose, quando ero piccolo sapevo che avrei lavorato in un modo o in un altro nel mondo dello spettacolo.

Avevo questa voglia, però indirizzavo le mie energie un po’ di qua e un po’ di la, nel senso che suonavo, cantavo, registravo ma soprattutto ho giocato da subito tanto con il video. Ho avuto la fortuna di avere un caro amico che ha avuto in dono nel periodo delle medie una telecamera, terrificante, enorme, pesantissima ed abbiamo iniziato a giocare con il video. Da li è partito tutto, abbiamo iniziato a girare piccoli filmati. Era il nostro gioco che mi è piaciuto molto ed ho iniziato a pensare che sarebbe potuto diventare qualcosa di più perché mi divertiva tantissimo. Poi la direzione esatta di dove sarei arrivato non ce l’avevo, ma avevo una mezza certezza che avrei fatto qualcosa nel mondo dello spettacolo e della comunicazione.

Poi nella tua vita è arrivata MTV

Sono partito da MTV sport e da una classifica che si chiamava Web chart, tant’è che la telefonata che arrivò dal direttore artistico di allora è stata una sorta di doppio scherzo. Nel senso che mi chiamò e mi disse di aver visto tutti i miei provini, anche perché all’epoca ho fatto molte selezioni, dal primo cercasi vj che andò bene ci furono altri incontri e varie prove. Comunque mi chiamò e mi disse che apprezzava il mio modo di fare le cose e per questo non mi avrebbero dato un programma ma bensì due. Davanti a me c’erano mia madre e mia sorella che mi guardavano interrogative ed impazienti ed in quel momento faccio segno che il colloquio non è andato bene. Il direttore va avanti a spigarmi la situazione e dopo un po’ mi chiede se ho capito bene che MTV mi stava offrendo la possibilità di presentare due programmi perché non mi sentiva affatto entusiasta, a quel punto a bassa voce gli spiego che è perché stavo facendo uno scherzo a mia madre e mia sorella. Alla fine della telefonata anche loro erano sicuri di aver preso a bordo un pazzo!

Quale è stato il percorso che ti ha portato da Torino ad MTV?

Stavo facendo il servizio civile al manicomio di Novara e cercasi Deejay per la prima volta veniva a Torino a fare le selezioni. Io non volevo prendere giorni di licenza perché preferivo attaccarli a quelli estivi per averli liberi. Però nello stesso giorno, nello stesso posto, c’erano anche dei concerti che mi interessavano ed a quel punto ho preso questi giorni e sono andato a fare il provino.

Un po’ la passione per la musica, il fatto di essere andato in Inghilterra a 18 anni e per questo parlavo molto bene l’inglese, uniti alla capacità di improvvisare acquisita negli anni in cui suonavo in strada e nei locali, mi avevano dato in un certo senso una base di spettacolo. L’insieme di tutti questi fattori mi ha permesso di arrivare preparato a questa prima grande prova, che è andata bene.

Nel 1999 hai iniziato a condurre Total Request Live con Giorgia Surina. Quanto ti ha cambiato la vita?

In realtà tutto il periodo di MTV mi ha cambiato la vita. TRL l’ha cambiata a me come io l’ho cambiata ad MTV, la cosa è stata reciproca. In quel periodo li c’erano persone illuminate che lavoravano su quel canale, giovanissimi, pieni di passione, capacità e voglia di sperimentare. Tutti avevamo voglia di creare qualcosa di diverso, inizialmente con un budget ridottissimo. Gli studi erano composti da due stanzette eppure con i pochi mezzi abbiamo creato qualcosa che alla fine è rimasto.

Rimanendo a TRL nelle varie edizioni oltre a te e Giorgia Surina, ricordiamo Federico Russo, Carolina Di Domenico e l’ultimo in ordine cronologico è stato Alessandro Cattelan…

Piccolo inciso, io ho fatto più di 1000 puntate di TRL, la seconda fase, è stata un pochino più complicata, era finito il tempo di quel programma. Diciamo che all’inizio era perfetto, nel momento perfetto. Era in linea con quello che si voleva. Io e Giorgia eravamo due persone preparate, con un inglese fluente, che sapevamo tenere lo show, ma di fatto due ragazzi semplici. Non eravamo impostati come era la televisione in quel periodo. Nella fase successiva tutto è diventato più impostato ed infatti il programma ne ha risentito e non è riuscito più ad andare avanti. Invece la bellezza di TRL era quello di essere diretto, semplice, fatto per la gente.

Voi che venite da quella scuola, siete oggi i giovani della radiofonia italiana. Come mai dopo di voi non è stato più possibile trovare ragazzi pronti per la radio? Manca l’esperienza di MTV? Manca quello che negli anni 90 la televisione vi ha insegnato o eravate voi ad avere qualcosa di particolare che i giovani di oggi non hanno?

Non ho idea di cosa possa mancare ai giovani di oggi. Sicuramente hanno altri canali. Si accontentano di questo sfogo effimero, fatto da numeri piccolissimi. Basti pensare che 100.000 follower sembra un numero gigantesco, ma in realtà è un numero piccolissimo se lo si paragona ai 5 milioni e mezzo che può avere Radio Italia o ai milioni di spettatori che facevamo con MTV. Ora hanno preso piede i vari youtubers che hanno una nicchia molto attenta, ma sembra un fenomeno incredibilmente passeggero.

Io ho sempre considerato il mio lavoro un’evoluzione. Non mi è mai interessata l’onda alta, che comunque ho avuto nel periodo in cui ho presentato il Festivalbar, ma non era quello che volevo. A me piace molto lavorare anche dietro le quinte, in televisione, in radio e nel mondo degli eventi. Faccio molte cose dietro le quinte perché mi piace questo lavoro, mi piace la comunicazione e la vedo alla lunga. La nuova generazione invece cerca il colpo forte subito con un’ondata di celebrità che dura un anno, forse due e poi finisce lì.

Noi sapevamo che mentre lavoravamo ad un format dovevamo già iniziare a pensare a quello dell’anno successivo, c’era un’idea di spettacolo e di comunicazione intesa sul lungo termine.

La radio ha dei tempi molto dilatati, prima di entrare nell’affetto degli ascoltatori passano anni e quindi questo ti ai

uta ad avere una forma mentis che vada in quella direzione. Bisogna lavorare piano piano ed aggiungere pezzettino per pezzettino finché dopo molto tempo, forse, avrai l’attenzione che stavi cercando.

Sparare un razzo è facile, poi però se non ne hai altri hai finito.

Ed è questa la differenza che riscontri anche tra radio e Televisione?

La televisione è più immediata, hai tutto a disposizione. La vista, il video e per me per questo è anche più semplice. La radio mi piace perché è uno stimolo pazzesco, devi concentrare tutto quello che vuoi dire in parole. La pausa la devi saper gestire bene, la parola deve essere pesata ed in più la radio di flusso, come può essere Radio Italia, ti obbliga ad una sintesi efficace.

Le radio di parola ti permettono anche di fare delle considerazioni personali, degli incisi, delle riflessioni; la radio di flusso invece è concetto, concetto, concetto, zero orpelli, concentrare tutto in un minuto e mezzo. È un bellissimo esercizio, utile, divertente e nel mio caso anche emozionante.

Ora che ho iniziato di nuovo su Radio Italia ero emozionatissimo. Ho fatto le prime settimane in apnea, perché c’era l’adrenalina, l’emozione della novità che comunque continua. Vivo per quello e lo trovo impagabile.

Oggi per lavorare in radio spesso si dice che bisogna essere un personaggio televisivo. Secondo la tua esperienza lavorare in tv, aiuta a lavorare in radio?

No, secondo me no. È più facile il contrario. Io di fatto arrivo dalla tv, quindi sono un personaggio televisivo che fa anche radio. È un linguaggio completamente diverso. In televisione hai la possibilità anche di muoverti, di fare un’espressione che può significare tanto, un movimento, uno sguardo in camera, il linguaggio è molto ampio. In Radio invece hai solo ed esclusivamente parole, tono ed intonazione che vanno giocate molto bene e devi sapere cosa stai facendo. La radio è molto musicale. Questa capacità può essere utile anche in televisione. Invece se arrivi dalla televisione ci sono delle volte che ti rendi conto che quelle facce e quelle espressioni che sei abituato a fare, nel contesto radiofonico, oltre che fuori luogo, non servono proprio, ma poi piano piano si impara.

In ambito radiofonico la tua carriera è iniziata a RIN (Radio Italia Network), poi RMC, R101 e oggi sei a Radio Italia, quali sono le differenze principali tra queste emittenti e com’è cambiata la radio in 20 anni?

Gli esordi sono stati molto divertenti perché mi affacciavo per la prima volta al mondo radiofonico che mi ha attirato moltissimo sin dall’infanzia, quando fui invitato in una radio torinese a leggere una letterina che avevo mandato e fu un’emozione bellissima e da li mi rimase un ricordo bellissimo.

Il gioco che mi hanno permesso di fare a RIN fu quello di darmi completamente carta bianca e quindi potevo inventarmi per due ore quello che volevo. C’era con me Francesco Mandelli, il Nongiovane, e facevamo questo format che si chiamava “parzialmente scremato: un programma a lunga conversazione” dove facevamo vari personaggi e nel quale abbiamo giocato moltissimo. Fu un inizio molto libero e particolarmente felice. Il passaggio dopo molti anni a RMC, fu altrettanto bello, ma più impostato. Dovevi stare su dei binari, quindi è stato più faticoso, perché ho dovuto imparare delle regole che non conoscevo. In più cominciava a diventare un po’ radio di flusso che ha anche delle regole diverse.

R101, poi, era una radio di flusso al 100%, ed in più l’ho fatta nel periodo in cui era “R101 the music”, quindi si parlava solo di musica.

Poi ad un certo punto si è aperta un po’ ed abbiamo iniziato a parlare anche di altre cose ed è diventata un pochino più semplice. Immagina la difficoltà di parlare tutto il giorno solo di musica.

Radio Italia, che rimane comunque una radio di flusso, invece concede agli speaker una maggiore libertà, ed ha anche nei contenuti un’apertura verso il costume e la società. Inoltre, c’è anche un pochino più di tempo per fare una riflessione o suggerire una riflessione agli ascoltatori, mi sta piacendo moltissimo.

Io nel 2017 ho avuto un anno sabatico perché ero un po’ saturo ed ho avuto un momento dopo tanti anni in cui quello che stavo facendo non era quello che volevo fare. Avevo bisogno di trovare un ambiente amichevole e familiare e ora dopo 4 mesi che sono lì, posso dire che in Radio Italia l’ho trovato e loro mi stanno coccolando molto bene.

Non è facilissimo trovare un ambiente così.

Quali sono i tuoi consigli ai giovani che vorrebbero provare a lavorare in radio

Posso riassumerlo con un consiglio solo: Tenente le orecchie aperte.

Tutto quello che vi sta intorno, che vedete, ogni singola persona che incontrate nella vita, ha qualcosa da insegnarvi. Sempre.

 

Tenete le orecchie aperte ed abbiate la curiosità di chiedervi il perché anche delle cose piccolissime.

Non pensate mai di dover per forza insegnare qualcosa, ma mettetevi sempre nella condizione di essere degli studenti in modo da avere tanto materiale da raccontare. Se tutto ti attira, hai tanto da dire, invece se pensi di essere arrivato, quando hai finito di insegnare tutto a tutti, dove vai?

Mantenete sempre la curiosità e poi tutto verrà di conseguenza. Se non si ha nulla da dire non si può fare una comunicazione efficace.

Secondo te qual è il futuro della radio?

La radio come mezzo in questo momento ha la possibilità di allargarsi ed utilizzare altri canali oltra al FM. Si può utilizzare il potere comunicativo che ha creato negli anni per sfruttare bene il web. La radio può rimanere il mezzo di compagnia, in auto, a casa o nei negozi, ma deve per forza allargarsi perché altrimenti rischia di affossarsi.

Il modello BBC è ancora oggi il modello principale da seguire. Loro hanno delle piattaforme di ogni genere molto tematiche. Bisogna allargarsi il più possibile.

Intervista a cura di Antonio Aversano per Consulenza Radiofonica – La Professionalità On Air

Scritto da: Consulenza Radiofonica

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