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“Solo per vederti felice”, il libro di Rosario Pellecchia | L’intervista

today13 Giugno 2019

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Solo per vederti felice è il titolo del primo romanzo di Rosario Pellecchia, il Ross di Radio 105 che abbiamo imparato a conoscere qualche tempo fa in una nostra intervista. Ovviamente, il suo nome ha già una notorietà nazionale grazie al programma 105 friends. Tuttavia, con Solo per vederti felice, Ross si spoglia dell’abito da speaker radiofonico e si mostra completamente privo di barriere. Una prova di coraggio di se stesso, che ha prodotto una storia dai tratti fortemente autobiografici. Basti pensare che il nome del protagonista di Solo per vederti felice è Ross, un 40enne conduttore radiofonico di un programma mattutino di una radio nazionale. Perciò, lo abbiamo richiamato per una nuova chiacchierata, iniziando proprio dalla più classiche delle domande.

In Solo per vederti felice, quanto c’è di autobiografico?

“C’è molto di autobiografico. È come se il personaggio del libro fosse un me in un universo parallelo. L’età, la professione, il nome, la città in cui è cresciuto e quella in cui si è trasferito, la mamma che (ahimè) ha la demenza senile: sono tutti spunti reali e autobiografici. Quello sono praticamente io, anche se la signora del libro non è esattamente mia madre. Gli altri personaggi sono di fantasia”.

Ti sarebbe piaciuto che questo immaginario che crei nel libro fosse reale?

“Non necessariamente. La storia riguarda quest’uomo che viene convocato dalla sorella, anche in maniera molto brusca, per via della madre. Gli dice ‘Non ci sei mai, mamma ha questo problema di salute, ci sto dietro sempre io, questa estate tocca a te’. E io (il protagonista del libro, ndr) vado giù (Castellamare di Stabia, ndr) in preda a molti dubbi. Il protagonista fa una vita tutto sommato simile a quella che faccio io nella realtà, abbastanza comoda: ho un bel lavoro, ho tanti amici, sono un po’ superficialotto, non ho legami seri, mentre nel libro ho una storia appena iniziata e ho un’estate già organizzata a Formentera. Ma mia sorella mi dice che devo andare da nostra madre. Quindi non è ciò che vorrei accadesse nella realtà, è ciò che temo possa accadere nella realtà [ride]. Una volta sul posto, c’è tutto un ritorno alle origini, alle abitudini di cose e persone che avevo messo da parte, anche un po’ scappando. I tema della fuga dai luoghi in cui sei nato e del riavvicinamento sono centrali. E poi, c’è una forte parte di fantasia, dove il protagonista si inventa un meccanismo che può aiutare questa mamma a essere più felice. Se leggi il libro, però, capirai che non è una strategia vincente. Ma non faccio spoiler”.

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Secondo me, ogni volta che un libro viene scritto, l’autore è ‘obbligato’ a scavarsi dentro. A te è capitato?

“Mi sono scavato tanto. Credo che avessi bisogno di scrivere questo libro, innanzitutto per relazionarmi meglio con questo problema che ha mia madre. Poi perché, in generale, sentivo l’esigenza di riappropriarmi delle mie origini. Scrivendo questa storia è come se avessi fatto un viaggio indietro nel tempo verso i luoghi in cui sono cresciuto e a cui sono molto legato. Il senso del libro è che tu te ne vai, ma le cose ti restano dentro. Oh, io sono un emigrante di lusso: sono venuto a Milano a fare la radio e a lavorare ai locali, sono venuto su un tappeto rosso, non sto dicendo che ho sofferto questo passaggio. Però, forse, arriva un momento della vita in cui fai un po’ i conti con quello che è il tuo passato. Scrivere questa storia mi ha dato modo di fare anche questo, un percorso molto terapeutico e psicanalitico. Mi ha rimesso in contatto con cose di me che forse avevo seppellito. Credo che una buona storia è quella per scrivere la quale ti scavi dentro, ti analizzi, ti metti in discussione, ti guardi da fuori e viaggi un pochino dentro te stesso”.

A proposito di percorsi: per te, la pubblicazione di un libro significa la fine di un percorso, mentre per i lettori è soltanto l’inizio. Un po’ come accade per i cantanti. Qual è ora il tuo stato d’animo di fronte a tutto ciò?

“Eh, la tua è una buona domanda. Accade in tutto ciò che riguarda un’opera artistica. Per un libro è una cosa ancora più forte, perché è più intimo, specialmente per un libro come questo: è una storia dove ci sono io, ci sono le mie radici, il mio vissuto, eccetera. Mi piace molto l’idea che il libro smetta di essere tuo e diventa di tutti. Mettersi a nudo così, poi, richiede coraggio, perché stai dando alle persone una parte estremamente fragile e intima di te. Che forse in radio non c’è, non puoi regalarla al 100%. Mi piace pensare, nel caso dei miei ascoltatori, come se stessi dando una sorta di backstage. Stavolta racconto le cose più intime, quelle che in radio non posso raccontare. Nel mio caso, credo che la mia storia venga fruita in modo diverso a seconda che tu mi conosca o no. Ad esempio, i miei amici hanno detto di conoscere la metà delle cose che hanno letto. Poi c’è un secondo livello, gli ascoltatori, che alcune cose le sanno e ne scoprono altre. Poi c’è un pubblico completamente esterno, che non sa chi sia io, e quindi fruiscono la storia in modo diverso, prescindono da me. Per loro, il personaggio del libro è completamente di fantasia. Credo che sia ancora meglio, perché possono entrare nella storia in maniera del tutto libera, senza nessun vincolo con chi l’ha scritta. Sui social ho ricevuto diversi messaggi, come ‘Questo tuo libro mi ha fatto ripensare alla mia infanzia”. Uno mi ha scritto ‘Ho finito di leggerlo e ho telefonato subito a mia madre’. Quando la letteratura riesce in questo passaggio, che leggi una storia e fai delle domande su te stesso, forse il libro ha fatto il suo dovere”.

Ultima domanda, banale e millenaria: quant’è fondamentale riscoprire il ruolo del raccontare una storia?

“Mai come in questo momento, c’è un grande bisogno di sentirsi raccontare delle storie che possono avere anche un ritmo diverso rispetto alla velocità dei tempi che viviamo. È tutto diventato un po’ troppo veloce, sembra che mettersi in silenzio col telefonino lontano sembra diventato un gesto d’altri tempi. Quando eravamo bambini, il nonno ci raccontava la storia. Non so se i bambini chiedono ancora ai genitori di raccontare una storia. Non dico tanto per insegnarci dei valori, ma avere la capacità di fermarsi un attimo e godersi una storia, senza neanche porsi il problema del like: puro semplice gusto di farsi raccontare una storia. Questo mi riconnette al mio lavoro principale: la radio è nata come storytelling, fa emozionare, fa sorridere. C’è una grande vicinanza tra letteratura e radio, rispetto agli altri media. La figata che farò, infatti, sarà l’audiolibro del mio libro, con la mia voce. Non vedo l’ora”.

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Solo per vederti felice, di Rosario Pellecchia, edito Mondadori, uscito il 28 maggio 2019.

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Intervista a cura di Angelo Andrea Vegliante

Scritto da: Angelo Andrea Vegliante

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