Radio lovers

Chi erano “Quelli della radio”? Storia e attualità nel libro di Enzo Mauri

today24 Gennaio 2020

Sfondo
share close

“Ho iniziato il 6 gennaio 1980, avevo 15 anni ed ero acerbo”.

Così l’editore lo ha cacciato. Da allora sono passati quarant’anni e quella legnata è stata fondamentale per diventare quello che è diventato Enzo Mauri: un conduttore esperto nella radio che definisce un “bimbo che cresce”. La radio per Enzo è l’amore magico di cui non riesci a fare a meno. Lo dice chiaramente nel libro “Quelli della radio”: una cronistoria della sua vita radiofonica e di quella di altri, impreziosita da interventi illustri. Un percorso che parte da lontano ma chiarisce subito chi erano, appunto, quelli della radio.

Chi erano quelli della radio?

Erano quelli che passavano le ore in radio. Era una febbre che ti prendeva e ti portava a restare chiuso spesso e volentieri a discapito dello studio. Io non studiavo mai, ero sempre lì a fare qualcosa. Quella della radio è una passione nata quando ero piccolo. A quel tempo c’erano la Rai e Radio Monte Carlo. Poi ho messo piede dentro una radio ed è partita la voglia di farla. All’inizio, come scrivo nel libro, le cose non sono andate benissimo. Ho iniziato il 6 gennaio 1980, avevo 15 anni ed ero acerbo. Trasmettere ogni domenica mi costringeva a ricominciare daccapo. Così dopo qualche weekend l’editore mi mandò via. Questa prima legnata mi è servita come stimolo.

Allora sei diventato conduttore grazie alla legnata?

Quando ricevi una sonora sconfitta non devi abbatterti, deve servire come incentivo a proseguire. Ho continuato e sono riuscito a trasformare il mio hobby in un mestiere. Mi restava soltanto qualche ora per dormire e mangiare.

Pane e radio.

Mi cibavo di quello, dedizione totale. La radio è passione pura: il primo amore che non si scorda mai.

Conduttori radiofonici si diventa attraverso un percorso.

Chiaro che ci vuole una predisposizione naturale. Poi però intervengono diversi fattori, per esempio la passione per la musica: chi si mette al microfono deve conoscere quello che trasmette. Una cosa che oggi si è persa con le playlist, mentre una volta i dischi li portavi da casa. Quindi bisogna riuscire a creare un collegamento con l’ascoltare. Nonostante tu sia in una sala vuota con un microfono è necessario restare sulla stessa lunghezza d’onda. Tempo fa l’unico riscontro era il telefono: se squillava ti stavano ascoltando.

A un certo punto del libro dici che “l’amore e il rispetto per la musica resta il fondamento imprescindibile senza il quale avvicinarsi al mondo della radio si trasformerebbe in un’impresa sterile”. Oggi è così?

Per chi vuole farlo in maniera seria la conoscenza musicale è importante. Se la si vede come ripiego, magari dopo una carriera televisiva, allora non lo è. Per me resta basilare. È uno dei punti salienti che affronto nelle interviste riportate nel libro.

La differenza è tutta qui.

Alla lunga si nota.

Una volta bastava bussare alle porte delle radio locali per iniziare. E adesso?

La radio libera era una vera palestra. Non c’erano le scuole di oggi che lasciano il tempo che trovano, nonostante le buone indicazioni. Le web radio hanno preso il posto delle radio libere.

Ma non è la stessa cosa.

Il riscontro è minore, però non ci sono alternative. Nel libro vedo le radio libere come i social network. Avevamo il desidero di esibirci e dire la nostra opinione anche dal punto di vista politico. E adesso i social sono come le radio libere, anche se con audience limitato. Altrimenti uno che vuole fare radio parla da solo? Io parlavo da solo nella mia camera.

È ciò che hanno fanno tutti.

C’era tensione, tutti l’hanno provata di fronte al microfono. Mi serviva anche per esorcizzare la tensione.

Ma la tensione ti fa stare sul pezzo.

Sì, però appena inizi a parlare passa tutto. Sono 40 anni che faccio radio e la pratica conta.

Prima hai citato le web radio come sostitute delle radio libere. I podcast invece?

Dobbiamo considerare la radio come un bimbo che cresce, diventa adulto e assume altre caratteristiche. Tutto quello che c’è di tecnologico ben venga, anche i podcast. Certo la tecnologia ha tarpato le ali della radio. Oggi c’è la radiovisione e la magia è sparita. Ma nonostante questo la radio ha conservato la sua immediatezza perché mentre guidi non puoi vederla. Adesso vedi tutto: gli studi, le dirette Facebook.

Si dice che la radio in vetrina non tiri più.

Se volevi sapere com’era fatto lo speaker che andava in onda dovevi essere creativo e fantasioso. Ora hai il pranzo servito sotto al naso.

Abbiamo iniziato chiedendoci chi erano quelli della radio. Oggi chi sono?

I nostalgici che si sono adeguati alla radio attuale ma con un po’ di sofferenza. Poi ci sono giovani. La radio ha un grande bisogno di ricambio. Bisogna evitare però di vedere la radio come un mezzo per mettersi in mostra. Molti lo fanno in funzione di qualcosa, magari della TV. Una volta il massimo dell’ambizione era il prestigio o riuscire a rimorchiare una ragazza.

Perché oggi non è più così?

Troppi social. Ormai la radio è un ibrido: va in onda in TV e si collega coi social.

Però la radio resta radio.

Continua a vivere con tutte le sue trasformazioni. A me piacerebbe fare una radio professionale che conservi la semplicità e spontaneità che è andata persa.

Consulenza Radiofonica – La Professionalità On Air

Scritto da: Consulenza Radiofonica

Rate it

Articolo precedente

ISCRIVITI ALLA NEWSLETTER

P. IVA 13503901004

CONTATTACI

P. IVA 13503901004

0%